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10. COME MANGIAVANO GLI ANTICHI ROMANI?

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Non ut edam vivo sed ut vivam edo.

(Quintiliano)

I pasti principali in età romana

Al pari di una dieta odierna, tre pasti principali scandivano il quotidiano approccio al cibo di un antico romano: la colazione al primo mattino (ientaculum), la colazione di mezzogiorno (prantium) e la cena alla sera (cena). Come già nel mondo greco, era quest’ultima in verità a rappresentare l’autentico pasto della giornata, il momento in cui il romano si riuniva con familiari o amici al termine di una giornata di lavoro. La consistenza dei singoli pasti variava a seconda del periodo storico, dello status della famiglia, e se si abitava in un centro urbano o in campagna. Se un romano del periodo arcaico si accontentava di un pasto frugale alla sera (vesperna), a partire dal II sec. a.C. fu necessaria l’emanazione di apposite leggi suntuarie per limitare la spesa pro capite in occasioni di cene conviviali. Il ientaculum avveniva fra la terza e la quarta ora, ovvero le otto e le nove del mattino, e spaziava dal pane intinto nel vino , consuetudine greca, ai resti della sera precedente, olive, uova o formaggio, a voler restare leggeri (Marziale, Xenia, XIII, 31). Ai fanciulli era riservato il latte (ovino o caprino, quello vaccino non fu sempre così diffuso e il latte d’asina era perlopiù impiegato per scopi estetici), accompagnato da brioche fresche, salate o addolcite col miele, magari acquistate sulla strada per la scuola dal pistur dulciarius (Marz. Apoph. XIV, 223), un odierno pasticciere. Fra la sesta e la settima ora, cioè attorno a mezzogiorno, si consumava il prantium: solitamente uno spuntino fuori porta durante la pausa di lavoro, portato da casa o, per i più fortunati con qualche moneta in tasca, acquistato dai venditori ambulanti e nei locali pubblici. Si trovava da desinare con una certa facilità soprattutto in prossimità di luoghi molto frequentati durante il giorno, il Foro e le Terme, dove era un brulicare di posti di ristoro (thermopolia o popinae); non era necessario neppure darsi troppo da fare a cercarne uno, giacché avveduti proprietari spedivano i propri garzoni per le vie del centro e dentro gli stabilimenti, a vendere appetitose cibarie calde o fredde, secondo le esigenze della stagione. Se si mangiava a casa c’erano sempre gli avanzi del giorno prima e, comunque, si trattava di piatti freddi e veloci, da consumare in piedi e sine mensa.

L’ORGANIZZAZIONE DEI PASTI

I romani dividevano normalmente la loro alimentazione in tre pasti quotidiani che agli inizi erano chiamati ientaculum, cena, vesperna e quando quest’ultima sparì, fu sostituita dalprandium. Raramente i romani dedicavano molta attenzione ai primi due pasti che non erano mai molto nutrienti e il più delle volte abolivano uno dei primi due.
Alcuni anziani seguivano l’ordine dei tre pasti perché così avevano loro consigliato i medici come a Plinio il Vecchio sempre molto frugale e a Galeno che prendeva un ientaculum verso l’ora quarta. I soldati si accontentavano di un prandium verso mezzogiorno. Marziale ci descrive il suo ientaculum costituito da pane e formaggio, mentre il prandium consisteva in carne fredda, verdura, frutta e un bicchiere di vino miscelato con acqua.
Ancora più limitato il ientaculum di Plinio il Vecchio (cibum levem et facilem) a cui seguiva una merenda per prandium (deinde gustabat) il tutto senza apparecchiare (sine mensa) e senza doversi lavare le mani (post quod non sunt lavandae manus).

Il garum

Per la maggioranza dei romani prima di correre al lavoro la prima colazione era semplicissima: un bicchiere d’acqua o qualcosa rimasto dalla cena della sera prima e quanto al prandium i poveri e la plebe certo non tornavano in casa per desinare ma il più delle volte mangiavano nelle tabernae dove si potevano mangiare con pane plebeo piatti semplici consistenti in uova sode, formaggio, legumi e bere vino mescolato con acqua calda d’inverno o fredda d’estate. Si usava insaporire i cibi con il garum, la cui ricetta è tramandata da Gargilio Marziale : una salsa liquida a base di pesci sotto sale, specialmente teste di acciughe sotto sale ed erbe aromatiche, simile – ma più aromatica – alle attuali salse orientali di pesce, tipo il Nuoc-mam, che i ricchi usavano a gocce come condimento su svariate pietanze. Del garum esistevano numerose varianti, a seconda dei pesci o delle interiora usate, o del periodo di maturazione. Unendovi aceto, pepe ed altre spezie si otteneva l’oxygarum anche questo reperibile in una salsa ancor oggi in commercio. La parte solida che restava dalla macerazione dopo averne estratto e pressato il liquido (garum oppure liquamen, quest’ultimo probabilmente più diluito e forse dolcificato) era l’allec, che doveva somigliare per sapore alla nostra pasta d’acciughe, ma più aromatica. Era una raffinatezza adatta agli antipasti, e nella sua versione economica (ottenuta da garum di interiora) una ghiottoneria alla portata del popolo: servitori, soldati e contadini usavano spalmarla sul pane per insaporirlo, visto che ne consumavano grandi quantità (anche un chilo al giorno).

Il triclinium

Alla cena, nella casa dei più ricchi era riservata una stanza particolare: il triclinium, di solito lunga il doppio della sua larghezza, che prendeva il nome dai letti a tre posti (triclinia) dove si stendevano i commensali. Nei tempi passati le donne erano destinate a sedere ai piedi del marito ma in età imperiale le matrone romane acquisirono il diritto al triclinio mentre ai ragazzi erano destinati degli sgabelli di fronte al letto dei genitori. Gli schiavi solo nei giorni di festa potevano essere autorizzati dal padrone all’uso del triclinio che quindi era collegato non solo alla comodità, piuttosto relativa per le nostre abitudini, ma  soprattutto veniva considerato un segno di benessere e distinzione sociale.

 

I convivia

L’ora della cena romana cominciò lentamente a spostarsi dal pomeriggio alla sera con il raffinarsi dei costumi e l’introduzione dell’illuminazione domestica: poteva essere costituita da un piatto unico se si mangiava da soli (domicenium), o trasformarsi in un’occasione di riunione con gli amici (convivium), in tal caso, con un puntuale ordine di successione delle pietanze, a volte invertito per sorprendere gli invitati, e un numero non inferiore di tre portate (fercula), capaci di arrivare a sei nella celebre cena di Trimalcione. I banchetti non erano prerogativa dei soli ricchi, e quando la situazione economica del padrone di casa lo richiedeva, erano gli stessi commensali a portare il loro contributo per il pasto. Il convivium si apriva con abbondanti e stuzzicanti antipasti per stimolare l’appetito, chiamati gustatio o promulsis, dal nome del vino mielato (mulsum) con cui si accompagnava la degustazione di uova, frutti di mare e verdure. A succedere piatti di carne e pesce, seguiti da arrosti di cacciagione e piatti ricercati (mensa prima o caput cenae). La conclusione di tanto pasto luculliano erano dolci, e più spesso frutta fresca e secca, a volte ancora cibi salati (salsicce ricorda Marziale e focacce al formaggio nonché molluschi riporta Petronio), costituivano la seconda mensa, termine derivante dall’usanza già greca, poi caduta in disuso presso i romani, di cambiare la tavola a fine portata. Fu proprio l’abitudine di mangiare uova durante l’antipasto e frutta al termine della cena, a dare origine al detto «ab ovo usque ad mala», per dire «dal principio alla fine». Al vino, servito e bevuto con moderazione durante la prima parte del pasto, per non interferire con l’offerta rispettosa ai Lari fra la prima e la secunda mensa, era riservata la commissatio, una libagione alla quale si poteva essere separatamente invitati, alla stregua di un dopo cena. Ancora una volta stuzzichini o vivande più consistenti erano serviti agli ospiti, conditi da disquisizioni più o meno filosofiche, a seconda di quante volte i fanciulli mescitori del vino avevano riempito la coppa.

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I symposia

Presso i Greci e i Romani , il simposio era quella pratica conviviale, che faceva seguito al banchetto, durante la quale i commensali bevevano secondo le prescrizioni del simposiarca,intonavano canti conviviali (skólia), si dedicavano ad  intrattenimenti di vario genere (recita di carmi,danze, conversazioni, giochi ecc.).
Il simposio era il convegno dei cittadini maschi adulti al banchetto e agli intrattenimenti (akroàmata) che lo animavano, e cioè la conversazione arguta e colta, la musica dell’auls, strumento a fiato quasi sempre a due tubi e  della lyra, la compagnia di bei giovani e ragazze compiacenti, i giochi e gli spettacoli. Il simposio, nello spirito
greco, condensa ed esemplifica quei valori che rendono nobile l’uomo. Si tratta una vera e propria forma di conoscenza, magari parziale, cui si accede proprio attraverso il simposio e l’abbandono alle sue pratiche: la conversazione, il vino, l’eros, il canto, la musica, la poesia, la danza. Il kòmos, la baldoria che seguiva il simposio, era un’importante componente nella vita della polis greca. Celeberrima è, ad esempio, la già menzionata scena dell’irruzione, nel Simposio platonico (416 a.C.), di Alcibiade, la testa inghirlandata, completamente ebbro e sorretto dalla sua combriccola.
Il banchetto si teneva in un’ala separata della casa, nella quale non era consentito l’accesso alle donne sposate e ai bambini. Il simposio e il banchetto, alla maniera greca, conobbero un’immensa fortuna nella società etrusca, che li assimilò e li fece propri, adattandoli alla diversa sensibilità sociale e spirituale. Le immagini ad essi connesse divennero una fonte iconografica per le rappresentazioni dell’arte funerea.
Veniva fatto girare un recipiente di vino non diluito in modo che ciascuno potesse riempire la propria coppa e berne per poi offrire una libagione a Dioniso, accompagnata dall’invocazione del suo nome. A questo punto si cantava un inno al dio (il peana: si tratta di una forma lirica greca, inizialmente di derivazione dialettale dorica, dedicata
alla celebrazione del culto di Apollo e Artemide. Il suo uso si diffuse in tutto il mondo greco che lo destinò al culto di tutti gli dei olimpici, per poi estenderlo ad altri usi, come la celebrazione degli uomini illustri. Se ne conosce bene anche l’uso propiziatorio negli istanti che precedevano la battaglia. Nei Persiani (472 a.C.), si descrive l’effetto terrificante prodotto dall’ascolto del «nobile peana», che i persiani udirono levarsi dall’altra partedello stretto di Salamina .

Lo cantavano i greci, in coro, prima di lanciarsi «in battaglia con cuore intrepido»), e solo dopo, a garanzia del buon andamento del simposio, veniva nominato o estratto a sorte con gli astragali, un simposiarca, con il compito di garantirne la riuscita. A lui spettava di stabilire e far osservare le regole del gioco: le proporzioni da rispettare nella miscelazione del vino, la quantità spettante a ciascuno, le regole della festa. Una regola non convenuta, ma spesso seguita, doveva essere la stessa sana trasgressione delle regole: in tal caso la punizione comminata dal simposiarca era bonaria, spingendosi tuttalpiù a qualche blanda forma di penitenza canzonatoria. Il simposio non poteva essere celebrato prima del tramonto; anche se poeti, come Alceo, incitavano a bere sempre, in presenza del sole o meno.
Vi erano giovani donne, appositamente convocate, che suonavano l’aulòs e danzavano: le etere, le uniche donne ammesse al simposio. La musica aveva un ruolo importante nella convivialità simposiaca. Oltre all’aulòs si suonava la lira o, spesso, la cetra. Sulle raffigurazioni vascolari compaiono più raramente il crotalo e piccoli tamburi.
A cantare e suonare non erano solo i musicisti ma spesso, a turno, gli stessi convitati, che si esibivano in uno nei già citati skòlia. I canti conviviali, nati a Lesbo nel VII secolo a.C. ma diffusisi presto in tutta la Grecia, finirono per diventare un vero e proprio genere letterario, non di sola matrice aulica, ma anche di impronta popolare. I canti popolari andarono a costituire un vasto corpus, la cui esistenza si reggeva sulla tradizione orale , ma che non disdegnavano nemmeno di cimentarsi in danze ed acrobazie, a volte mostrando, anche a causa dei fumi alcolici, una perizia e una destrezza non sempre impeccabili, come evidenziato dalle posture scomposte immortalate in alcuni vasi.
Chi non sapeva suonare sottolineava il ritmo del suo canto segnando il tempo con ramoscelli, di alloro o di mirto, gli àisakos. A volte musica e danze erano animate da piccole compagnie professionali di acrobati, danzatori musicisti e citaredi, appositamente scritturate. Durante il simposio, a differenza di quanto avveniva nel banchetto, si beveva abbondante vino accompagnato da assaggi della tipica alimentazione greca: formaggio, olive, frutta secca o esotica,
assaggi di stuzzichini salati o piccanti. Giovani coppieri mescolavano il vino all’acqua in grandi vasi, spesso all’esterno delle stanze del simposio, e mettevano il liquido dentro speciali brocche da vino, le oinochoe, e da queste in tazze per bere: l’elegante e prestigiosa kylix, lo skyphos , la kotyle , o più raramente e in epoca più tarda, il kantharos, la tazza dagli alti manici ricorrente nelle raffigurazioni dei rituali al dio Dionisio. Nella stagione calda il ghiaccio sostituiva spesso l’acqua oppure il vino tenuto in freddo in un apposito recipiente, lo psyktèr,
a sua volta immerso nel ghiaccio. Nella miscela l’acqua era in misura maggiore. Un vino troppo ubriacante era considerato un’usanza barbarica. 

 

I Thermopolia

Nella società romana vi era una netta distinzione tra la parte nobile e quella povera. I ricchi
(la minoranza)potevano permettersi una domus quella che oggi potremmo chiamare villa. La maggior95016714
parte della popolazione(quella più povera) viveva in appartamenti o stanze di caseggiati detti insulae
alti fino a sette piani che però la maggior parte delle volte non avevano una cucina o se l’avevano era
piccola e scomoda. Questi cittadini quindi per mangiare, andavano in quelli che oggi chiameremmo
fast food o bar per sgranocchiare qualcosa velocemente durante la giornata  queste locande erano
chiamate “thermopolia”.Questi Erano locali in cui si servivano bevande e cibi caldi, aperti sulla
strada, con un bancone in muratura spesso decorato, in cui erano incassati i “dolia”, le giare che
contenevano la merce. Spesso negli ambienti sul retro ci si poteva sedere per consumare il pasto.
I Thermopolia ricordano quindi gli odierni fast food visto che le persone mangiavano in piedi e di
fretta, ma c’era anche la possibilità di portare a casa il cibo, come i moderni take away.
Pratiche popolari del genere erano però considerate di cattivo gusto dai notabili, i quali vedevano scadere
la propria reputazione se erano visti far colazione alla taverna, perchè vivere per la strada non era serio.
Questi infatti disponevano quasi sempre di una cucina e non erano obbligati a mangiare fuori dalla
propria abitazione. Per avere un’idea di quanto fossero diffusi i thermopolium basti pensare che una città
come Pompei ne aveva circa 90. Questo è uno dei pochi rimasti.
Come nei moderni bar, i thermopolia non offrivano ai clienti un’alimentazione corretta ed equilibrata pari
a quella che avevano gli altri cittadini. Forse però gli odierni fast food hanno un po’ esagerato da questo
punto di vista… 

 

 

CIBO COME IDENTITA’ DELLO STATUS SOCIALE

 

 La base dell’alimentazione nell’antica Roma era rappresentata dalla polta o puls, una sorta di poltigliaindex66
ottenuta
impastando con acqua calda la farina di alcuni cereali, generalmente il farro.
La puls, antenato del pane, era un alimento popolare molto povero e per migliorarne il gusto, era unita
a verdure o legumi. Ai primi posti nei consumi dell’epoca vi erano anche l’aglio e la cipolla che,
conditi con olio e aceto, erano il cibo dei soldati, dei poveri e di tutti quanti svolgessero lavori
pesanti; i funghi, le rape, i cavoli (quest’ultimi considerati fra le verdure più utili per le loro
molteplici proprietà salutari) le carote, consumate preferibilmente vecchie di almeno due anni,
lattuga, porri tritati, fave, ceci, lupino, sesamo erano il cibo dei romani. Oltre
a essere grandi consumatori di verdure, legumi e cereali, allevavano le galline che producevano le uova
necessarie a integrare una dieta altrimenti povera di proteine animali.
Il latte, soprattutto di capra e di pecora, rappresentava uno degli alimenti più importanti nella dieta, sia
bevuto fresco che trasformato in formaggio.
 Dal II secolo a.C. i rifornimenti di grano proveniente dagli Etruschi permise la produzione del pane di cui
esistevano tre qualità:
 candidus, fatto di farina bianca finissima,
secundarius sempre bianco ma con farina miscelata
 plebeius o rusticus una specie di pane integrale.
Il pane non veniva impastato tutti i giorni e assomigliava a delle gallette. I Romani non apprezzavano ciò che crocchiava
sotto i denti, preferivano vivande bollite e morbide, budini, cibi tritati accompagnati da molta salsa. Infatti si usava
insaporire i cibi con il garum: una salsa liquida a base di pesci sotto sale, specialmente teste di acciughe sotto sale ed erbe aromatiche, simile – ma più
aromatica – alle attuali salse orientali di pesce, che i ricchi usavano a gocce come condimento su svariate pietanze.

I cibi venivano in genere conservati in salamoia, nel miele o in aceto: il sale aveva un’enorme importanza e il primo lusso che ogni famiglia si concedeva era proprio una saliera d’argento. Oltre che per gli usi alimentari i Romani assumevano questa sostanza come farmaco e la utilizzavano nelle offerte votive fatte agli dei. Il suo valore è testimoniato anche da alcuni termini con la stessa radice: salus (salute); salubritas (sanità), senza dimenticare che il salario era un tempo la razione di sale ricevuta come paga dai soldati insieme con i viveri. Dagli stessi etruschi più ricchi ai quali «le possibilità economiche e le necessità del decoro gentilizio lo consentivano» giunse a Roma l’abitudine di nutrirsi di un cibo più variato e ricco di proteine costituito sia da selvaggina che da animali di allevamento. Quando poi Roma entrò in contatto in età ellenistica con i Greci della Magna Grecia da loro imparò ad apprezzare i frutti dell’olivo e della vite che aveva usato fino a quel momento soprattutto per i riti religiosi. A partire dall’età di Augusto, con la conquista dell’Oriente e gli intensi rapporti commerciali con l’Asia arrivò a Roma «tutto quanto la terra produce di bello e di buono». e l’alimentazione romana si raffinò: al cibo inteso come puro sostentamento cominciò in epoca imperiale a sostituirsi, anche con l’uso delle spezie e dei profumi, il gusto e la cultura del cibo, passando dalla pura alimentazione ai sapori.
I poveri, dal momento che non avevano un posto nelle loro insulae dove cucinare i loro alimenti, si nutrivano nelle taverne, dove i ricchi non andavano mai. La taverna era la sala da pranzo del povero, vi aleggiavano odori pesanti ed era possibile ordinare un bicchiere di vino miscelato con acqua bollente, salsicce all’aglio, piselli fritti o bolliti, pane plebeo. Bastavano due assi per poter mangiare in ogni momento del giorno, oppure per portare a casa dei piatti preparati. La plebe romana e gli schiavi trovavano qui il loro unico pasto caldo della giornata.

Il romano medio possedeva un luogo della casa i cui preparare i pasti. Nei tempi antichi si desinava nell’atrio della casa, vicino al focolare, dove si veneravano i Lari; in età imperiale il luogo deputato divenne il triclinium. La cucina era attrezzata con banconi in muratura; il focolare, che era il piano di cottura ed utilizzava inferiormente la cenere; i lavelli servivano per pulire le stoviglie (bacinelle di legna, terracotta o in muratura con un foro di scolo). Esisteva anche un forno, per cuocere il cibo più grosso e i farinacei.
Il cibo variava con la classe sociale; gli schiavi mangiavano in prevalenza grano (triticum): 4 moggi d’inverno a 4 moggi e mezzo d’estate. Ad essi spettava una razione giornaliera di vino piuttosto scadente; come soldati e contadini, ricevevano 1,3 kg di pane al giorno o fichi e 262 litri di vino all’anno, con l’aggiunta di cipolle, rape ed altre radici, legumi e verdure fresche. Contadini e schiavi “benestanti” avevano un’alimentazione simile.
Rispetto al nostro presente, tutto ciò ha perso ogni rapporto sia nell’uso e nella consumazione del cibo, il mondo antico dell’antica Roma,da noi e così lontano da lasciarci indifferenti. Nel Medioevo le buone maniere a tavola, l’ordine delle vivande, e le vivande stesse erano assai diverse. Molto difficilmente saremmo a nostro agio ad un banchetto medievale, sottoposti come siamo stati, nel corso dell’Età moderna, ad un lungo “processo di civilizzazione” che ci ha progressivamente reso “raffinati. L’alimentazione è un fatto culturale e sociale: ogni cultura regola l’alimentazione dettando una serie di norme più o meno esplicite e rigide che fissano cibi commestibili e cibi considerati ripugnanti o vietati, ma anche i modi di preparazione, tempi e luoghi, contesti e persone con cui il cibo può o deve esser consumato. I gusti e i disgusti sono culturalmente, socialmente e storicamente determinati e cambiano col passare del tempo; la salsa di pesce garum era una squisitezza d’epoca romana, oggi il suo semplice odore, di pesce marinato e frollato, probabilmente ci disgusterebbe. Il consumo del cibo, in una parola, è un procedimento per costruire, comunicare (ed eventualmente trasgredire) regole sociali, gerarchie, legami.
Ogni sistema d’alimentazione prevede al suo interno una precisa articolazione e disposizione degli alimenti, delle tecniche di preparazione e di cottura, di presentazione a tavola, secondo norme condivise dal gruppo sociale di riferimento. Allo stesso modo alcuni cibi assumono il ruolo di status symbol, come le spezie nel Medioevo, o lo zucchero e la cioccolata nel corso dell’Età moderna, o ancora lo champagne e il caviale, stereotipi dell’“esclusivo” oggetto di desiderio della borghesia, di spreco, ostentazione, insieme alla selvaggina, ai tartufi e ad altri prodotti alimentari rari e costosi. Spesso alimenti dotati di buone proprietà nutritive sono tabuizzati presso molte culture: il latte materno per gli adulti, ad esempio, che teoricamente potrebbero essere oggetto di raccolta e di vendita come alimenti. Il caso del latte materno è molto interessante perché esso cambia di segno (positivo o negativo) secondo chi lo beve: è dalla parte dell’osservatore esterno, puro e nutriente se visto ingerire da un lattante, poco appropriato o addirittura disgustoso se visto ingerire da un adulto.

Del resto sull’appropriatezza, in età adulta, del consumo di latte (di vacca, capra ecc.) vi è un dibattito tra nutrizionisti, ed esistono diverse associazioni per l’abolizione del consumo del latte: «Il latte è una delle abitudini alimentari dell’uomo più fortemente connotata in senso “culturale” rappresentando l’esito di un lungo e difficile adattamento» . A solo titolo d’esempio, il latte di vacca è ritenuto ripugnante dai Lele dello Zaire, il formaggio era fino a poco tempo fa scarsamente apprezzato in Estremo oriente, un italiano raramente mangerebbe carne di cane, statunitensi e inglesi aborrono la carne di cavallo e così via.
Tra le logiche maggiormente che guidano le scelte alimentari, vi sono interdizioni e norme di tipo religioso, come la proibizione della carne di maiale per Ebrei e Musulmani, l’astensione dal consumo di bevande alcoliche per i Musulmani, di prodotti non kasher per gli Ebrei ortodossi, l’astensione dal consumo di carne in determinati periodi dell’anno (Quaresima) e il venerdì per i Cattolici e via discorrendo.
Per concludere possiamo affermare che IL CIBO E’ UN ELEMENTO CULTURALE. OGNI CULTURA HA UN CODICE DI CONDOTTA ALIMENTARE CHE PRIVILEGIA DETERMINATI ALIMENTI E NE VIETA O RENDE INDESIDERABILI ALTRI. ESSO E’ DETERMINATO DALLE COMPONENTI GEOGRAFICHE, AMBIENTALI, ECONOMICHE, STORICHE E NUTRIZIONALI. E’ di uso comune attribuire determinate pietanze alle relative culture, così come identificare altre in base alle abitudini a tavola il cibo consumato dall’individuo è il risultato della sua identità SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO (Feuerbach)

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DISTRIBUZIONE GRATUITA DEL GRANO nell’ antica Roma 

Tiberio Gracco e Gaio Gracco, discendenti da una delle più importanti famiglie di Roma (la madre Cornelia infatti era figlia del grande Scipione Africano),furono due dei più importanti esponenti dei populares, che comprendeva quella parte dell’aristocrazia che, pur di risolvere o quanto meno
attenuare i problemi della società, era disposta a rinunciare ai propri privilegi.
Tiberio Gracco lo ricordiamo per una serie di riforme il cui scopo era quello di riformare il ceto del piccolo proprietario terriero e di garantire di conseguenza un maggiore arruolamento dell’esercito.
Per ottenere ciò Tiberio Gracco utilizzò la distribuzione delle terre pubbliche (ager publicus) che per legge appartenevano allo stato, ma dopo che venivano affittate dai grandi proprietari terrieri, venivano gestite come beni personali.
Tiberio Gracco successivamente venne eletto tribuno della plebe (anche se Tiberio non apparteneva alla plebe ma bensì alla nobiltà) e fu in grado di portare avanti le sue proposte di legge le quali stabilivano che un privato non poteva possedere più di 125 ettari di terre pubbliche (la quantità poteva aumentare se il proprietario terriero aveva dei figli).
L’aristocrazia ( composta per la maggior parte da proprietari terrieri), vedendosi sottrarre grandi quantità di terra, avviò una propaganda contro Tiberio accusandolo di volersi creare un potere personale e diventare tiranno, questo non fece solamente che screditare la figura di Tiberio.
Alla fine Tiberio venne assassinato da una banda di senatori guidata da Nasica. Gaio Gracco, dopo la morte di suo fratello (Tiberio Gracco),venne eletto anche lui tribuno della plebe e, cercando di mantenere dei buoni rapporti con tutti i ceti sociali, portò avanti una serie di riforme il cui scopo rimaneva sempre quello della ridistribuzione delle terre.
Una delle leggi di più importante rilievo fu quella che imponeva allo stato di acquistare un’ ingente quantità di grano, da distribuire periodicamente e a basso costo ai nulla tenenti. Questo non faceva altro che danneggiare i grandi proprietari terrieri che fino a poco tempo prima non facevano altro che speculare il prezzo del grano. Giulio Cesare, che discendeva dalla gens Iulia (si vantava di discendere da Enea) e che ricordiamo come un abile generale e politico Romano e in particolare per l’importante conquista della Gallia (territorio vastissimo ma popolato da popolazioni divisi sul piano politico), ridusse in seguito drasticamente le distribuzioni gratuite di grano poichè a quel tempo Roma era sovraffollata da tantissimi proletari che generavano tantissimi problemi di ordine pubblico e ingenti spese per le distribuzioni gratuite del grano.

STORIA DELL’ ALIMENTAZIONE

L’alimentazione romana di epoca arcaica e repubblicana era molto semplice, a base di legumi, cereali, formaggio e frutta. I pasti del Romano povero erano semplici ed economici a base di pane e puls, una specie di polenta di farro e grano , che veniva accompagnata da legumi (soprattutto fave , ma anche lenticchie, ceci, lupini), ma anche da lattughe, cavoli, porri, fichi, mele e pere.
Con la conquista dell’oriente sulle tavole dei ricchi arrivarono nuovi ingredienti come le ciliegie e la cucina acquistò sapori e profumi particolari, paragonabili ad un mix tra la cucina orientale e quella medievale.
Il Romano ricco, invece, offriva spesso banchetti a cui sono invitati decine di amici e parenti: in questo caso il cibo è vario e cucinato in modo elaborato, come sappiamo dalle ricette del cuoco Apicio (noto gastronomo di età imperiale che scrisse “De re coquinaria”) giunte fino a noi.
Sono molto apprezzate le uova di anitra, piccione e pernice e il pesce, fresco o in salamoia.
Le carni più consumate erano quella ovina e caprina e la carne di maiale, mentre la carne bovina veniva consumata raramente perché i bovini eranoimpiegati per arare i campi. Molto apprezzata era anche la carne degli uccelli (da cortile o da voliera) che si allevavano nelle ville rustiche oppure veniva cacciata insieme alla selvaggina (cinghiali, daini cervi e caprioli). Anche gli insaccati erano consumati in quantità.
Come condimento veniva utilizzato l’olio d’oliva oppure salse come il “garum” greco,una salamoia usata probabilmente al posto del sale, molto costosa e difficile da trovare. Una delle caratteristiche della cucina romana è l’accostamento di gusti opposti, come piccante con il dolce, agro con il dolce, il dolce con lo speziato.
Sicuramente ai giorni nostri le ricette del famoso cuoco Apicio non avrebbero molto successo, ma per i romani del tempo erano estremamente raffinate e appetitose: i funghi venivano cucinati con il miele; i piccioni con i datteri, pepe, miele, aceto, vino, olio e senape;le pesche venivano preparate come noi facciamo le anguille marinate. Tra i piatti più diffusi ricordiamo: la Patella (che prendeva il nome dal recipiente dove era cucinato, una specie di padella) che consisteva in un misto di legumi, pesce, formaggio e frutta; il Minutal, una specie di ragu’ di carne o pesce o
verdura tagliata a pezzi). La bevanda preferita era il vino che si beveva caldo.

 Le dimore più ricche, potevano godere di più camere da pranzo: il “triclinio” estivo, orientato a nord e quello invernale orientato a ovest che sfruttava fino all’ultimo raggio di sole.
Come già detto, la maggior parte della popolazione, che non era ricca, faceva consumo di pasti molto più semplici, principalmente a base di cereali, legumi e frutta, sicuramente poca carne e sicuramente non poteva permettersi di svolgere la cena nei “triclinia” e tantomeno sdraiata sui comodi letti/divani. Lo svantaggio era quello di mangiare meno, il vantaggio di mangiare, probabilmente, in modo più sano senza l’uso di condimenti e senza consumo eccessivo di carne che spesso nei ricchi provocava la malattia della gotta.
Con le invasione barbariche l’impero romano cadde e povertà e carestia si abbatterono sulle popolazioni. L’alimentazione era per lo più vegetariana e molto frugale. Si consumavano due pasti al giorno. Venivano molto usati i legumi da cui si ricavavano vari tipi di farina con le quali si preparavano focacce, pappe e minestre. Con la farina di “panico” (un cereale simile al miglio) si preparavano “panicce” o “panizze” che costituivano il povero cibo della gente comune. Con le fave si preparava la “menada”, una pappa di farina di fave condita con olio oppure si cuoceva il “macco”, una specie di polenta di fave. A questa dieta si aggiungeva, qualche volta,la carne di maiale o bovina oppure pollame e cacciagione. I pù ricchi potevano permettersi la carne di montone, di capra e molto pesce.
Nel medioevo giunsero in Europa nuovi alimenti come la melanzana e la canna da zucchero, introdotta dagli Arabi, mentre i Turchi introdussero il grano saraceno.
In quel tempo nacquero anche le prime regole da osservare a tavola. Alcune possono sembrare oggi molto curiose, per esempio a tavola veniva messo un solo bicchier ogni due commensali, si usava il cucchiaio ma il coltello bisognava portarselo da casa, invece la forchetta, proveniente da Bisanzio, fu usata per la prima volta a Venezia nell’anno 1000.
Con la scoperta dell’America arrivarono nuovi prodotti come le patate, il pomodoro, il mais, il tacchino,mentre dall’Asia provennero il riso, gli asparagi, gli spinaci.
Tra il XVI e il XVII secolo il mais (chiamato impropriamente granturco, forse perché veniva da lontano) diventa l’alimento base dei contadini, sottoforma di polenta. A quest’epoca risalgono il consomme’ e la fricassea (spezzatino)di pollo e di piccione e alcune salse utilizzate ancora oggi come la besciamella e la maionese e l’utilizzo del caffè, del tè (proveniente dall’oriente e la cioccolata proveniente dall’America latina).
Grazie all’invenzione della stampa furono scritti libri che contribuirono a diffondere i vari modi di conservare il cibo e di conservarli come ad esempio la tostatura, la conserva sott’olio o sott’aceto o a bagnomaria: s’iniziò cioè a sterilizzare i prodotti da conservare per evitare il proliferare del batterio botulino, causa di morte.
In particolari locali,chiamate ghiacciaie,veniva accumulate neve per il raffreddamento delle scorte di cibo.
Si diffuse, prima a Napoli e poi in Europa, l’utilizzo della pasta.
Tra il 1500 e il 1600 il pane d’orzo fu sostituito da quello di segale e di grane e , a Firenze, fu inventato il gelato.

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CLASSE II SEZ. B

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